Quale legalità per l'immigrazione?

Le parole di Emma Bonino, vice presidente del Senato, in materia di immigrazione e legalità sono tra le poche, tra quelle sentite recentemente in materia,  che mi paiono ispirate da valori e non da ideologie.

Una delle differenze tra valori e ideologie sta nel loro rapporto con la realtà: i valori si applicano con naturalezza alle situazioni che la vita reale ci pone, le ideologie generalmente (o sempre?) camminano su binari propri che cozzano con la realtà.

Emma Bonino ha presentato un disegno di legge sull’argomento firmato da 53 senatori, tra i quali ben 13 del PdL.

Alcuni estratti dal pezzo pubblicato oggi sul sito di Emma Bonino.

Nel caso delle recenti norme in materia di sicurezza, l’obiettivo dichiarato del governo è stato quello di affrontare la questione dell’immigrazione – dell’immigrazione figlia dei nostri tempi, che molti definiscono biblica, epocale – semplicemente in un’ottica repressiva, trasformandola in questione di ordine pubblico. Questo rischia di mettere l’Italia dalla parte sbagliata della storia; è velleitario pensare che l’ondata migratoria si fermerà ai confini dell’Italia solo perché è stato introdotto il reato di clandestinità.

A seguito del decreto flussi del 2008 potranno essere evase altre 150mila richieste. Resterebbero quindi fuori circa 360mila domande di persone che da anni lavorano nei ristoranti, nel commercio, nelle piccole aziende edili o agricole, e nelle nostre case per prendersi cura dei nostri figli e dei nostri anziani. Se domani queste centinaia di migliaia di persone dovessero incrociare le braccia il nostro paese quasi si paralizzerebbe.

Per questo ritengo, diversamente dai ministri Sacconi e Maroni che hanno raggiunto un’intesa battezzata “regolarizzazione selettiva del rapporto di lavoro domestico”, che la regolarizzazione non possa limitarsi, magari per ragioni di convenienza, a colf e badanti solamente – tra l’altro creando una discriminazione in base al mestiere in contraddizione con la nostra Costituzione – ma che deve riguardare tutti questi lavoratori immigrati, indipendentemente dall’attività svolta.

Non si tratta quindi di una “sanatoria indiscriminata”, come l’ha definita il capogruppo della Lega al Senato, ma più semplicemente del ripristino della legalità attraverso l’emersione dal nero di persone che da anni vivono nelle nostre famiglie o lavorano nelle nostre imprese e la cui idoneità ad ottenere il permesso di soggiorno sarà scrupolosamente esaminata dalla autorità competenti, così come previsto dal ddl: i datori di lavoro avranno quattro mesi di tempo per presentare la domanda di emersione dalla data di entrata in vigore della legge; nei due mesi successivi prefetture e questure competenti territorialmente accerteranno l’esistenza di motivi ostativi all’eventuale rilascio del permesso di soggiorno; in caso di luce verde, le prefetture avranno un altro mese di tempo per rilasciare il permesso.

Vedo questo ddl come contributo per risolvere una situazione inaccettabile dal punto di vista della legalità e dello stato di diritto nel nostro paese, situazione aggravata – come dicevo – da queste norme approvate anzitutto sull’onda della propaganda demagogica della Lega al punto che anche nelle file della maggioranza di centrodestra c’è qualcuno che ha cominciato a capire che lasciare nella clandestinità centinaia di migliaia di persone che svolgono mansioni indispensabili nella nostra vita quotidiana, e che creano ricchezza per la nostra economia, sia un errore madornale per l’interesse nazionale. Oltre al fatto che le norme prevedono come corollario il principio di correità: così, con un colpo solo si trasformano anche centinaia di migliaia di italiani in delinquenti punibili con la reclusione da sei mesi a tre anni e a multe di 5 mila euro per ogni lavoratore impiegato.

 Chi è ispirato da un codice di valori basato su un’interpretazione della società reale propone soluzioni utili a risolvere i problemi; non si trincera dietro paradigmi ideologici che hanno grande appeal demagogico ma sono poco utili a semplificare la vita quotidiana dei cittadini.

 

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