Il bipolarismo: carenza di offerta, non di domanda
Mi accade spesso di confrontarmi con amici che mi chiedono per quale ragione io sia cosi’ nettamente a favore del bipolarismo, basato su un sistema maggioritario forte. Molti ritengono che in Italia questa soluzione non sia applicabile, pensano che il bipolarismo sia estraneo alla mentalita’ degli Italiani e che non abbia futuro in questo Paese.
Non sono d’accordo. Penso che gli Italiani non abbiano una intrinseca predisposizione al multipartitismo, come molti vogliono farci credere. Penso che il problema stia tutto nel trovare alternative forti e credibili nei due partiti che si confrontano; quando le avranno, non credo che gli Italiani si comporteranno diversamente da Inglesi, Americani, Spagnoli. In altre parole, credo che in Italia ci sia un problema di offerta, non di domanda.
Credo pero’ che sia interesse della classe politica attuale convincerci del contrario e fare di tutto per remare contro la maggiore trasparenza e responsabilita’ che il bipolarismo e la democrazia dell’alternanza implicano.
Pensate al referendum per il sistema maggioritario e a quello per il finanziamento pubblico ai partiti, che sono stati stravolti e di fatto ribaltati dal Parlamento dopo che gli Italiani li votarono, ricreando le condizioni che favoriscono la frammentazione partitica; pensate alla legge elettorale di Calderoli, il Porcellum, che elimina il maggioritario creando un Parlamento di nominati anziche’ di eletti, dando un enorme potere di ricatto ai piccoli partiti all’interno della coalizione (carenza prealtro anche della legge elettorale precedente, il Mattarellum).
Mi domando: chi e’ sfiduciato nel bipolarismo in Italia si rende davvero conto di cosa implicherebbe il suo fallimento ? A tal proposito l’editoriale di Michele Salvati di Domenica vi chiarira’ le idee.
Il dissenso tra chi ritiene che il bipolarismo coatto che abbiamo avuto nella Seconda Repubblica, imposto mediante leggi elettorali maggioritarie, sia stata e sia una iattura per il centrosinistra e per il Paese. E tra chi ritiene invece che sarebbe una iattura l’adozione di un sistema proporzionale senza premi di maggioranza: gli elettori non sarebbero più in grado di scegliere il governo e si ritornerebbe ai problemi della Prima Repubblica, ai governi fatti e disfatti in Parlamento. Non è un mistero per nessuno che nel Pd ci sono molti che la pensano come Casini e Tabacci: che il bipolarismo non è adatto e non fa bene al nostro Paese, ma soprattutto al centrosinistra. Ce ne sono sia sul lato ex democristiano, sia su quello ex comunista del partito. Nel caso si tornasse al proporzionale, i destini poi si dividerebbero: i primi probabilmente si avvicinerebbero all’Udc e, insieme a non pochi transfughi dal Pdl, a coloro che oggi soffrono sotto la leadership di Berlusconi, cercherebbero di dar vita a un robusto partito centrista. I secondi resterebbero nel Pd, che a questo punto diventerebbe una cosa del tutto diversa dal suo progetto originario, dal tentativo di fusione del riformismo laico e cattolico. Diventerebbe un partito a prevalente intonazione laica e socialdemocratica, e, proprio per questo, lì sarebbero raggiunti da non pochi che vivono malamente nell’estrema sinistra e con Di Pietro. Dopo di che si svilupperebbe il gioco dei due forni: un partito di centro sempre al governo, che ora si allea con i partiti di destra, ora con quelli di sinistra. Un gioco che nella Prima Repubblica non si era mai potuto giocare perché Pci e Msi erano partiti antisistema, ed era impensabile governare con loro.
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